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Il 14 gennaio scorso Tito Boeri, Fabrizio e Stefano Patriarca hanno pubblicato su La Voce un ulteriore contributo alla battaglia contro le pensioni d’oro (e non solo) dal titolo Pensioni. L’equità possibile (http://www.lavoce.info/pensioni-equita-generazioni-contributi/) Lo slogan è:

“Niente scuse: è possibile chiedere un contributo di equità basato sulla differenza tra pensioni percepite e contributi versati, limitatamente a chi percepisce pensioni d’importo elevato. Si incasserebbero più di quattro miliardi di euro, riducendo privilegi concessi in modo poco trasparente”.

La somma di 4.18 miliardi di euro, per la precisione, sarebbe recuperata tassando lo squilibrio tra la pensione che si presume sarebbe maturata applicando ab origine il metodo contributivo e quella effettivamente versata dall’Inps al beneficiario. A tale squilibrio complessivamente calcolato in 16,7 miliardi di euro, sarebbe poi applicato un prelievo con aliquote progressive, dal 20% per le pensioni sopra i 2.000 euro lorde al 50% per le pensioni superiori a 5.000 euro mensili lordi.

L’articolo termina così:

Ciò riduce solo in parte il mare magnum delle iniquità presenti nel nostro sistema previdenziale. Ma forse farà sentire, per una volta, i padri più vicini ai figli.”

Norma,Mura ciclopiche

(Norma, Mura ciclopiche, by Tonino Mirabella)

Il proposito è buono e l’idea anche, ma la sua attuabilità ed efficacia meno, per i seguenti motivi:

a)      la Corte Costituzionale ha già ribadito con fermezza che non intende concedere un centimetro dei privilegi acquisiti dalla casta, alla quale gli stessi magistrati chiamati a dichiarare illegittima ogni legge che preveda contributi di solidarietà o perequativi sulle pensioni appartengono. Non vedo dunque perché dovrebbe fare un’eccezione alla proposta Boeri & Co;

b)      il presumibile gettito di 4 miliardi di euro l’anno finirebbe quello sì nel mare magnum del bilancio dello Stato, senza nessuna garanzia di un effettivo trasferimento alle fasce di popolazione più giovani e meno agiate. In altre parole non sarebbe garantita una diretta ridistribuzione della ricchezza quindi, sotto un profilo intergenerazionale, di scarsa efficacia;

c)      ancorché progressiva, l’imposta andrebbe a colpire anche fasce di popolazione con redditi (lordi) che non definirei “elevati”. Tale deve, non può,infatti, essere considerata ( soprattutto per i residenti nei grandi centri urbani) una pensione mensile di 2.000 euro lordi.

La soluzione a quello che io chiamo “il ritardo generazionale” (o generational divide) passa per una rivoluzione molto più articolata e complessa, che interessa tutto il sistema tributario e strumenti di sostenibilità integrata. Come? Tra qualche settimana sarà in libreria il mio libro, Ladri di Futuro che prova appunto a tracciare questa via non facile né sicura, ma come spero di dimostrare, da percorrere. A tutti i costi.

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