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L’Unione Europea ha stanziato contributi per la digitalizzazione del territorio italiano nel periodo 2014-2020 pari a oltre 2,1 miliardi di euro, ai quali sono da aggiungere altrettanti miliardi di finanziamento nazionale e fondi nazionali per lo sviluppo. La somma complessiva supera dunque i 4 miliardi di euro.

Tali somme sono però tutte destinate alla introduzione della banda ultra larga e non invece a colmare il digital divide tra le aree del Paese, cioè tra le aree dove la maggioranza della popolazione può contare su una efficiente rete di comunicazione e quelle invece dove oltre il 20% della popolazione non può accedere a nessun servizio.

La Commissione europea stigmatizza queste aree come “quei territori in cui non è presente la banda larga e non è nemmeno prevista la sua introduzione da parte di investitori privati”. Aree nelle quali, generalmente, la correlazione tra maggiori tassi di disoccupazione e digital divide è evidente, in particolare al nord e al centro. Tuttavia, lo si è dimostrato nella indagine nei comuni con digital divide del reatino, in queste aree il tasso di alfabetizzazione digitale è molto elevato, generalmente superiore alla media non solo della regione di appartenenza, ma addirittura della media nazionale.

Questo significa che ancora una volta sono i cittadini bisognosi di prossimità ad ingegnarsi acquistando beni e servizi on line grazie a ponti radio e collegamenti via satellite.

Ma non basta; un altro studio al quale ho collaborato ha dimostrato che i paesi che hanno una PA maggiormente digitalizzata e in connessione diretta con i cittadini hanno registrato nel 2013 un PIL migliore di quelli in fondo alla graduatoria. Tra i primi Regno Unito (PIL +1,7), Svezia (+1,6), Germania (+0,4). Tra gli ultimi Spagna (-1,2), Portogallo (-1,4) e Italia (-1,9). L’utilizzo delle piattaforme di e-government da parte dei cittadini italiani è passato dal 20% nel 2008 al 21% nel 2013, mentre in Svezia dal 59% nel 2008 al 78% nel 2013. La media europea dal 35% nel 2008 al 41% nel 2013. I dati sono di EUROSTAT.

Indice PPR e PIL 2013 (figura estratta dal volume Indagine Digital Divide e Mobilità. Spunti per nuove soluzioni di sviluppo territoriale, MONTI L. (a cura di), Ricerche Comitato Scientifico Fondazione Bruno Visentini, Alter Ego, Roma 2014. L’acronimo @PPR sta per Digital Private-Public-Relations)

In conclusione arrangiarsi è buona cosa, ma purtroppo non basta e se lo Stato non fa la sua parte il ritardo digitale sarà l’ennesima zavorra a frenare la crescita, o meglio, la ricrescita del nostro Paese secondo i nuovi paradigmi dell’economia di rete.

(Estratto da mia intervista a Famiglia Cristiana a cura di Pino Pignatta)

Vedi L’Italia alla scoperta di internet – Famiglia Cristiana 31.12.14

Digital divide: Internet, troppe aree d’Italia ne sono escuse – Famiglia Cristiana.it 04.01.15

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