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Mentre l’Europa trema dinnanzi all’ennesimo attacco dell’ISIS, questa volta al cuore delle sue istituzioni a Bruxelles, e riemergono le frontiere tra i paesi membri, fervono i preparativi e si alimentano i timori sull’uscita dell’Inghilterra dall’Unione europea (la cosiddetta Brexit), in vista del referendum previsto per il prossimo 23 giugno.

Una pacchia per analisti del voto e analisti finanziari. I primi producono giornalmente stime non solo sull’affluenza al voto (che vedrebbe privilegiati i più motivati euroscettici) ma anche sull’orientamento al voto (e ancora prevarrebbero gli euroscettici), i secondi fanno previsioni sulle perdite del PIL che l’Inghilterra accuserebbe in caso di uscita dall’Unione Europea. Qui si va da -1,5% del PIL, vale a dire circa 150 miliardi di euro, profetizzato da Morgan Stanley, a -3/-5% previsto dal Centre for promotion of imports from developing countries (CBI) per citarne solo due.

Preoccupazioni anche sul lato valutario, con la sterlina che ha già iniziato a perdere terreno sull’euro, preoccupando il sistema bancario britannico. Quest’ultimo, secondo talune fonti, curerebbe la maggioranza delle operazioni sia di impiego che di raccolta prevalentemente nella valuta di Eurolandia.

Dunque, da un lato i finanzieri preoccupati dal prolungarsi dell’incertezza, che sempre nuoce alla finanza che vive sulla stabilità e la prevedibilità dei mercati, e dall’altro opinioni pubbliche non sempre adeguatamente informate sui pro e i contro di una proposta.

Quello che rimarco, tuttavia, sono due cose: la prima è che il recesso dell’Inghilterra dall’Unione avrebbe una valenza più politica che giuridica, essendo il Regno Unito dentro l’Unione “a metà”; il secondo è che il processo di recesso condurrebbe all’apertura di numerosi dossier la cui soluzione non sarebbe immediata e facile.

Aperitivo prof. Monti (2)

(Un momento dell’incontro “Brexit: quale futuro per l’Europa” organizzato ieri sera dagli studenti universitari soci di Blu Lab presso il Negersco B-Side)

Veniamo al primo punto. Il trattato dell’Unione Europea è fitto di eccezioni e deroghe per il Regno Unito, tanto numerose come i suoi protocolli. Per citare le più importanti:

  1. non solo il Regno Unito è fuori da Eurolandia, ma mantiene anche la sua politica monetaria e non è vincolata dal Sistema Europeo delle Banche Centrali;
  2. non aderisce al Trattato di Schenghen firmato nel 1985;
  3. i contributi che dà e riceve dall’Unione Europea per la politica di coesione e per la PAC (Politica Agricola Comune) al netto del rimborso riconosciutole non sono estremamente significativi. Al netto dei rimborsi l’UK versa annualmente al bilancio dell’Unione circa 11 miliardi di euro e ne riceve in contropartita 4,4, prevalentemente tramite la PAC. E’ dunque contribuente netto per poco più di 6 miliardi di euro, più o meno come l’Italia;
  4. la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione non vi trova sostanziale applicazione;
  5. il paese anglosassone non vota sulle questioni di spazio di libertà, sicurezza e giustizia;
  6. non si applicano i trattati sulla stabilità e l’unico impegno in capo all’Inghilterra è di sforzarsi di “evitare un disavanzo pubblico eccessivo”;
  7. l’impatto sugli accorti del TTIP con gli Stati Uniti, con l’esclusione dell’Inghilterra in caso di uscita, sarebbe limitato, in considerazione dei già stretti legami commerciali tra queste due potenze.

Veniamo infine al recesso e ai suoi tempi. L’art. 50 del Trattato dell’Unione Europea stabilisce che l’uscita avrà i suoi effetti dopo la firma di un accordo di recesso e comunque entro due anni dalla notifica all’Unione Europea dell’atto unilaterale di recesso da parte del Regno Unito salvo proroghe.

Sarà così? Difficile prevederlo se si tiene in considerazione che:

  1. l’Inghilterra deve uscire anche dalla BEI (Banca Europea per gli Investimenti), dove detiene una quota di 37,5 miliardi, pari a quella di Italia, Francia e Germania;
  2. l’uscita dal Parlamento europeo del Regno Unito e dei suoi 73 deputati cambierebbe alcuni equilibri, con falcidia in particolare del partito conservatore europeo, al quale l’UK contribuisce con oltre un terzo dei deputati;
  3. l’uscita dalla Corte di Giustizia europea dei  magistrati britannici non appare altresì agevole, per non parlare dei vari tribunali specializzati;
  4. proprio nel 2017 toccherebbe all’Inghilterra la Presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea;
  5. l’uscita dell’Inghilterra  determinerebbe l’uscita della Scozia dal Regno Unito, in forza della clausola negoziata prima del referendum di Edimburgo.

In altre parole il dubbio che viene è se questa sia ora la vera priorità per l’Unione Europea e il Regno Unito o il primo tè sul Titanic.

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