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Gli inglesi sono al voto. Non essendo previsti exit poll, sino a domani mattina non sarà possibile dunque conoscere l’esito del referendum e entrambi gli scenari rimangono plausibili, così come incerto l’esito.

In questi ultimi due mesi, nei quali i sondaggi hanno spesso mantenuto la percentuale dei favorevoli a Brexit avanti anche di numerosi punti rispetto ai favorevoli alla permanenza dell’Unione, sono stati realizzati molti studi sull’impatto che l’uscita del Regno Unito avrebbe sull’economia di questo paese e sulle economie degli altri Stati dell’Unione.

Per autorevolezza e terzietà ritengo che quello pubblicato in aprile dall’OCSE, “The Economic Consequences of Brexit: a taking decision”, sia quello da prendere in più seria considerazione e dunque a questo faccio riferimento per alcune riflessioni.

Non pretendo tuttavia di commentare dati di per sé già eloquenti, come quello che lascia prevedere per il 2020 una perdita del PIL su base annua di poco inferiore all’1% per i paesi dell’Unione e oltre il 3% per il Regno Unito, ma voglio provare a fare un altro esercizio e rispondere alla domanda: in uno scenario di Unione Europea senza la Gran Bretagna, la prima potrebbe registrare dei vantaggi?

In altre parole, sulla bilancia di Brexit, oltre allo scontato terremoto finanziario, politico e istituzionale (alla UK “spetterebbe” la presidenza dell’Unione l’anno prossimo!) esteso a tutti i paesi dell’Unione e in particolare a quelli con debiti pubblici più elevati, vi potrebbero essere delle opportunità da cogliere?

Premesso che continuo ad essere convinto che Brexit sarebbe una sconfitta non solo per la Gran Bretagna ma anche per l’Unione Europea e l’idea di Europa in generale, la risposta alla domanda è sì.

Vediamo dunque le possibili opportunità che verrebbero a crearsi in caso di Brexit:

a) La piazza finanziaria di Londra, come si può vedere nel grafico sottostante (dati tratti dal citato Rapporto OCSE), è di gran lunga la principale in Europa. La volatilità della sterlina e il suo deprezzamento nel breve periodo potrebbe indurre molti operatori a preferire altre piazze finanziarie come Berlino, Parigi e Amsterdam, con indubbi vantaggi per queste ultime.

Brexit grafico 1

b) La Gran Bretagna ha attratto nel 2014 oltre un terzo degli investimenti esteri diretti verso i quindici principali paesi dell’Unione, come si vede nel grafico sempre estrapolato dal rapporto OCSE. Brexit renderebbe meno attraente per i grandi operatori economici extraeuropei fare nuovi investimenti durevoli in un paese fuori dal mercato unico e dunque è ragionevole pensare che una consistente parte di questi flussi economici possano essere indirizzati o reindirizzati in altri paesi. In questo caso Spagna, Francia, Italia e Germania potrebbero essere i principali beneficiari e andare a colmare il vuoto creato dalla Gran Bretagna.

Brexit grafico 2

c) La bilancia commerciale degli scambi tra la Gran Bretagna e gli altri paesi dell’Unione è positiva per questi ultimi e dunque una interruzione totale o parziale degli scambi avrebbe un impatto negativo sulle economie degli altri paesi. In Italia, secondo le previsioni di SACE, il maggiore impatto negativo sarebbe accusato da due settori quali la meccanica strumentale (-10/-18%) e i mezzi di trasporto (-10/-16%). Tuttavia, se analizziamo per esempio il comparto dei servizi (vedi grafico OCSE sotto), tale bilancia registra un surplus per il Regno Unito. Dunque, in caso di Brexit si compreranno meno servizi oltremanica di quanti se ne esportino. Se si considera inoltre che le società di servizi inglesi sono anche, assieme a quelle belghe, tra i maggiori fornitori della Commissione europea e dei suoi numerosi programmi, si aprirebbe un importante opportunità per gli operatori di altri paesi dell’Unione.

Brexit grafico 3.jpg

d) Sul profilo istituzionale, l’uscita della Gran Bretagna, tradizionalmente dentro l’Unione con un solo piede, potrebbe condurre ad un ripensamento delle regole comunitarie e ad una conseguente accelerazione del processo di integrazione per coloro che le vogliano condividere. Questo discorso, peraltro, vale in parte anche nella ipotesi di permanenza del Regno Unito nell’Unione se si immagina che tale determinazione avvenga con uno stretto scarto di voti. La riflessione sulla bontà delle regole che hanno condotto l’Unione Europea e il suo metodo intergovernativo ad assomigliare ad una sorta di condominio dove non si vota per teste ma per millesimi (quindi il condomino tedesco conta molto di più degli altri…) andrebbe dunque avviata subito e senza ulteriori ritardi.

Insomma, non tutto il male viene per nuocere e vada come vada, la riflessione sulle regole della casa Europa andrà avviata senza ulteriori indugi e avendo chiaro che non è possibile presupporre che la ricetta “pensata” a Bruxelles possa andare bene per tutti e che la forza ma anche la debolezza dell’Europa è rappresentata dalle sue innumerevoli declinazioni regionali il cui divario è stato acuito durante la lunga crisi.

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