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Le nuove generazioni corrono il rischio concreto di un peggioramento delle condizioni di vita rispetto a chi le ha precedute. La crisi economica degli ultimi anni, infatti, ha portato alla luce la significativa frattura esistente in Europa tra coloro che hanno beneficiato dell’incremento della ricchezza, dei consumi e di standard elevati di sicurezza sociale e gli “outsiders”, i quali si trovano a confrontarsi con un mercato del lavoro senza strumenti economici adeguati.  Una rottura sociale che rischia di lasciare una cicatrice profonda non solo dal punto di vista del divario territoriale (Nord-Sud; Centro-Periferia), ma anche sul piano generazionale.

In questa seconda prospettiva, il concetto di divario si traduce nel crescente gap che separa le nuove generazioni, i Millennials, senza lavoro e sottoccupate, dai baby boomers, nati tra il 1946 e il 1960, i quali hanno beneficato (e ancora beneficiano) del precedente sviluppo economico.  Una frattura che si concretizza in due sfide intergenerazionali: da un lato, nel costo e negli sforzi che i primi dovranno sostenere per recuperare il ritardo accumulato e il terreno perduto; dall’altro, nel potenziale rischio di non riuscire a cogliere in tempo le opportunità che la vita offre. Un divario che finisce per tradursi in una crescente esclusione sociale dei giovani dalla collettività.

L’elevata disoccupazione giovanile, il crescente numero dei NEET (i giovani che non studiano, non lavorano e non fanno formazione professionale) e la difficoltà di accesso all’impiego, infatti, incide non solo in termini puramente economici, ma anche sul piano del benessere individuale e collettivo. Nel primo caso il rischio concreto è quello di rimanere intrappolati in una inattività di lungo periodo, in uno status di demotivazione cronica e di progressivo isolamento. Nel secondo caso, invece, si traduce in uno spreco di risorse umane potenzialmente produttive e nella trasformazione dei Millennials in una generazione perduta e incapace di competere con le generazioni successive.

Negli ultimi anni è così emersa la necessità di identificare dei modelli che potessero misurare concretamente il constante ritardo nel quale vivono i giovani chiamati a realizzare le loro aspettative e, una volta concluso il loro ciclo di istruzione, ad accedere nel mercato del lavoro.  Tra questi, il ClubdiLatina, in collaborazione con la Fondazione Bruno Visentini, ha messo a punto un indice sintetico, il GDI (Generational Divide Index), frutto dell’esame di ventisette indicatori, elaborati da dati provenienti da fonti istituzionali e misurabili annualmente, e basato proprio sul concetto di generational divide.

Il punto di partenza della ricerca, presentata nella sua prima fase nel novembre 2014 al Castello Caetani di Sermoneta, è stato quello di analizzare gli ostacoli che si frappongono ad una piena realizzazione dei progetti di vita delle attuali giovani generazioni. Ostacoli che risultano essere significativamente aumentati rispetto a quelli che dovevano superare i baby boomers. Questo indicatore trae spunto dalle precedenti esperienze maturate negli ultimi anni in Inghilterra, con l’introduzione dell’Intergenerational Fairness Index (IF) (indice di equità intergenerazionale) e dalle rilevazioni dello Youth Development Index (YDI) (indice di sviluppo giovanile), elaborato dal Commonwealth Youth Programme (CYP) in collaborazione con l’Institute for Economics and Peace (EIP).

Ne è sortita una batteria di indicatori molto articolata che, a differenza dell’IF e dell’YDI, non è finalizzata alla comparazione tra Paesi, bensì alla misurazione del contesto nazionale di riferimento e delle realtà locali. L’obiettivo dell’indice di divario generazionale, infatti, è proprio quello di verificare in concreto la sostenibilità intergenerazionale di un’azione di riforma o di un intervento specifico, così da valutarne l’effettivo impatto in termini divario generazionale.

L’applicazione di questo nuovo indicatore dimostra come, fatto cento il 2014, nel 2015 si è arrivati a 152. Mentre la previsione per il 2016 è di raggiungere 160 e la proiezione al 2020 è di 181. In altri termini questo significa, a voler fare un esempio, che se nel 2004 un giovane di 22 anni aveva una ragionevole speranza di vedere concretizzate le sue aspettative basiche (un’occupazione, una famiglia e una abitazione in proprio) dieci anni dopo, al compimento del 32 anno di età; nel 2020 l’allora 22enne dovrà attendere il 40° anno! Questi primi risultati su scala nazionale ed internazionale devono rappresentare soltanto il punto di partenza di una riflessione culturale, sociale ed economica più ampia, in grado di offrire nuove soluzioni sistemiche che restituiscano ai giovani quella speranza verso il futuro ad oggi sottratta.

PROIEZIONE AGGIORNATA AL 2016

Grafico GDI2

Fonte: ClubdiLatina

E’ proprio a questi ulteriori sviluppi “sostenibili” del progetto che sta lavorando la Fondazione Bruno Visentini, facendone oggetto della propria ricerca annuale per il 2016.

(Testo estratto dal n. 16 di Notizie FBV, Editoriale n. 16)

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Per la Tassonomia del GDI e la metodologia di calcolo utilizzata vedi la pubblicazione Divario generazionale. Il senso della dismisura. Per info  clicca qui

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