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L’eventuale affermazione del partito antieuropeo di Geert Wilders in Olanda potrà scatenare una reazione a catena? Porre la questione in termini di contagio è forse riduttivo, nel senso che significa solo concentrarsi sull’improbabile effetto emulativo dei politici che invocano ora l’uscita dall’Euro, ora dall’Unione Europea.

In realtà i principali leaders dei partiti antieuropei dichiarati, come appunto Wilders in Olanda, Farage in Gran Bretagna, Marine Le Pen in Francia, Norbert Hofer in Austria, Alternativa per la Germania, i Democratici Svedesi, e quelli che si comportano come tali (vedi Il M5S e La Lega di Salvini) non hanno molto da spartire tra di loro se non il generico populismo che attraversa i loro programmi spesso totalmente scollegati dalle reali possibilità di essere realizzati. Si pensi, per esempio, alla più volte ventilata ipotesi di un referendum italiano sul tipo di quello che ha condotto alla Brexit.

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(Geert Wilders  fondatore e leader del Partito per la Libertà-PVV olandese).

Il problema è invece molto più serio e l’affermarsi del sentimento antieuropeo ha radici profonde e deve essere ricondotto agli oramai acclarati limiti dell’attuale progetto di integrazione e all’incapacità in particolare della Commissione UE di proporre quel cambio di passo che si impone in una congiuntura come quella attuale.

Il riferimento va al Libro Bianco per il Futuro dell’Europa: le strade per l’Unità della Ue a 27, recentemente presentato dal presidente Jean-Claude Juncker,il quale, nel declinare i cinque scenari possibili per una crescita futura dell’Europa, non entra a fondo sull’agenda  e le priorità che affliggono i cittadini dell’Unione.

Gli interventi per migliorare il Mercato Unico, l’Unione Bancaria e la stabilità finanziaria sono essenziali ma non toccano il cuore dei cittadini e in particolare quelli appartenenti alla classe media e i giovani. La responsabilità di questo deficit di comprensione sulla bontà di fondo del processo di integrazione (e anche del suo necessario pilastro sociale come ha recentemente ricordato il Parlamento Europeo) non è tuttavia in capo solo all’Unione Europea ma ricade anche sui nostri politici e amministratori pubblici che sono sempre pronti a mettere in rilievo i limiti posti da Bruxelles e non invece le opportunità. Del resto il costante navigare al limite della linea di confine (invalicabile senza incorrere in procedure di infrazione che ai mercati non piacerebbero) previsto dal patto di stabilità e crescita e la conseguente limitatezza dei margini di manovra governativi per sostenere lo sviluppo, non sono (solo) da attribuire alla rigidità di Bruxelles, ma a politiche “allegre” dei decenni precedenti, di cui ora paghiamo (i giovani in particolare) il salato prezzo e, in termini politici, l’affermarsi del populismo antieuropeo.

Il tempo delle riforme non è più procrastinabile e farle a impatto zero (nessuno ci mette i soldi e tutti sono contenti…) non è possibile. In Italia e in Europa, a partire dalla dichiarazione che attende i Capi di Governo, riuniti la settimana prossima nella capitale italiana per celebrare il sessantesimo compleanno del progetto europeo. Speriamo sia una festa non fatta solo di proclami di concrete intenzioni.

(estratto dell’intervista rilasciata ieri sera a Milano Finanza, MF Dow Jones)

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