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Nell’antichità si entrava “nel mondo dei grandi” con una sorta di vera e propria iniziazione, talvolta collettiva e talvolta individuale, talvolta simbolica e talvolta cruenta ma comunque sempre ben contestualizzata nella tradizione che ne disciplinava il rito.

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(Villa dei Misteri)

Oggi, nell’era moderna e in particolare nella nostra civiltà occidentale questo passaggio è rappresentato dall’attraversamento di numerose porte tra le quali quella che conduce a una condizione sociale e lavorativa relativamente stabile, l’abbandono delle mura domestiche genitoriali, la creazione di una vita di coppia e naturalmente l’assunzione di responsabilità nella generazione della prole.

Tutte porte che lo studio della Fondazione Bruno Visentini presentato il 22 marzo scorso alla LUISS denuncia lontane (se le misuriamo in termini di anni) oppure poco agevoli (se le consideriamo dietro il muro da valicare o in cima al muro stesso).

Posso dire con soddisfazione che l’analisi compiuta con i miei colleghi è stata condivisa dalla grande maggioranza degli analisti e dai commentatori (sono pochi quelli che riconducono ancora questo stato di cose ai presunti “bamboccioni” e cioè all’incapacità dei giovani di affrontare le sfide della vita). Tutti d’accordo a considerare emergenziale, drammatica e centrale la questione giovanile e molti anche a condividere che se non risolta condannerà non solo i giovani di oggi ma anche il nostro paese a un inesorabile declino. L’Italia del 2030 descritta nel Rapporto è in buona sostanza il mondo che nessuno di noi vuole.

Non posso dire altrettanto della diagnosi che segue a tale proposta. Come e cosa fare? Qui arrivano i distinguo e l’alzata di scudi di chi invoca i diritti acquisiti o come coraggiosamente ha scritto Mattia Feltri sulla prima pagina de La Stampa del 23 marzo, i “delitti acquisiti”.

Per saperne di più leggi il mio editoriale pubblicato domenica su L’Ordine: ordine

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