Euro o non euro?  Di nuovo il tormentone ora in veste referendaria. Ho già espresso più volte il mio parere su questa vicenda e mi limito a commentare alcuni dati che dimostrano come l’eventuale uscita dall’Euro contribuirebbe pesantemente ad aumentare il divario generazionale che già penalizza i Millennials.

Lo spunto lo forniscono i dati disponibili circa l’impatto di un aumento dei tassi di interesse sui nostri titoli di Stato di nuova emissione o al rinnovo nei prossimi anni.  Non si tratta di una proiezione catastrofica che teorizza tempeste speculative o crisi del debito sovrano ma di un normale aggiustamento dei tassi di interessi determinato dal rischio in una moneta (la nuova lira) più debole dell’euro.

Come si può vedere dalla tabella sottostante estratta dalla Relazione della Commissione UE per paese relativa all’Italia 2016 (Bruxelles, 26.2.2016 SWD(2016) 81 final), ipotizzando uno  “shock da tasso di interesse positivo” di 2 punti percentuali per i tassi di interesse, sia a breve sia a lungo termine, sul debito di nuova emissione e su quello rinnovato per i primi tre anni di proiezione, seguito dallo shock di un punto percentuale nel restante periodo di proiezione il debito pubblico (linea blu) anche nel 2026 non scenderebbe sotto il 120% del PIL, cosa che avverrebbe invece a politiche  e a tassi correnti invariati (linea gialla).

debito

Come si legge nel documento citato ”L’indebolimento della posizione di bilancio previsto per il 2016 rende il paese vulnerabile agli shock negativi a medio termine: ad esempio, in futuro il servizio del debito potrebbe risultare più caro del previsto se si riaffacciasse sui mercati finanziari una forte avversione al rischio e/o se perdesse credibilità l’impegno delle autorità ad attuare la disciplina di bilancio. Il grafico 2.2.5 mostra l’evoluzione del debito pubblico in diverse ipotesi alternative sui tassi d’interesse. Muovendo dallo scenario di base stilizzato (a politiche invariate) che incorpora tassi di interesse nominali impliciti sul debito pari in media al 3,4% nel periodo 2016-2026, lo shock ipotizzato comporterebbe tassi di interesse nominali impliciti pari in media al 4,1% e un rapporto debito/PIL ancora attorno al 120% nel 2026 (rispetto al 110% dello scenario di base).

In altre parole il gatto che si morde la coda, con il maggior servizio al debito che appesantisce il bilancio, mantiene alto il debito pubblico e dunque spinge ulterioremente in alto i tassi di interesse sulle nuove emissioni.

Mi pare difficile che il nostro paese, uscito dall’Euro, riesca a collocare, anche nello scenario migliore, i suoi titoli a tassi inferiori a quelli qui immaginati e dunque ciò condannerebbe anche la generazione dei Millennials a “convivere” con il debito pubblico elevatissimo che ha minato e mina la competitività del nostro paese.

Invece no, ecco la soluzione offerta dal M5S in bella mostra sul sito #Fuoridall€uro: “Con la moneta emessa dallo Stato italiano, attraverso la Banca d’Italia, che tornerebbe prestatore di ultima istanza così come era prima dell’entrata nello SME, gli interessi richiesti unitamente all’avanzo primario consentirebbero ai tassi di rimanere sotto controllo e certamente di portarci fuori dal panico da spread a cui siamo esposti oggi con cadenza ormai regolare”. Un vero miracolo che presuppone tuttavia una totale autarchia, come se il mondo globalizzato nel quale il nostro paese e le nostre imprese operano non esistesse. A chi li vendiamo i titoli di Stato che devono rinnovare il debito pubblico? A noi stessi?

In altre parole Grillo vuole condannare i giovani a vivere in un mondo ancor più vecchio, autarchico e in declino tornando a bere il Karkadè. La cosa grave è che non lo sa o che finge di non saperlo.

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