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L’11 maggio a Roma, in Sala Colonne della LUISS, ho presentato, assieme al Prof. Fabio Marchetti, il primo Rapporto sull’impatto sociale del gioco d’azzardo in Italia. Un rapporto che origina da una indagine a campione, promossa dalla Fondazione Bruno Visentini con la collaborazione di Ipsos, sul modello di una analoga esperienza da anni in corso in Spagna a cura dell’Università Carlos III di Madrid e della Fondazione Codere.

Domenica scorsa ho firmato sulla prima pagina di Norme&Tributi de Il Sole 24 Ore un articolo che commenta le proposte del governo su questo tema e il dibattito in corso in seno alla cd. “Manovrina” (per leggere l’articolo clicca qui).

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Sono dunque trascorse alcune settimane nelle quali ho sperimentato quanto sia difficile provare ad andare contro il “comune sentire”, secondo il quale il gioco conduce comunque e sempre alla ludopatia. La difficoltà non è data tanto dalle contestazioni alle quali qualsiasi studio si espone quando si toccano temi sensibili come la questione giovanile (e il divario generazionale) o il gioco d’azzardo (e la ludopatia). Tutto questo va messo e lo metto in conto, anche perché l’indifferenza sarebbe la peggiore condanna per qualsiasi studioso o opinionista e dunque ben venga una discussione dialettica.

In questo lasso di tempo ho invece sperimentato un sentimento diverso, quello della censura. La censura di una voce non di parte, oggettivamente né contro né a favore della diffusione del gioco d’azzardo, che si limita a “fotografare” un fenomeno, con i suoi aspetti positivi (il gioco sano praticato da molti) e negativi  (il gioco malsano praticato dai ludopatici e dai giocatori illegali).

Che cosa disturba allora? Semplice, sempre più le notizie si adeguano all’orecchio di chi le “deve” ascoltare e quindi, in tempi di disagio e grandi ineguaglianze, la paura è un sentimento più facile da gestire della rabbia.

Le derive proibizioniste sono una delle armi più pericolose del populismo e strette parenti dell’autarchia e dell’autotitarismo. Ecco perché chi prova a fare chiarezza è guardato con sospetto da coloro che, per fare notizia, audience e voti, preferiscono veicolare i timori diffusi, la cronaca nera e il sospetto. E’ triste dirlo, ma spesso per fare una notizia serve un morto e non certo dieci vivi.

Per maggiori informazioni sul rapporto della Fondazione Bruno Visentini “La percezione sociale del gioco d’azzardo in Italia” clicca qui e qui

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