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Sabato 16 dicembre mi sono trovato a dibattere, in un contesto internazionale, di sviluppo, sostenibilità e resilienza nell’Europa del futuro. Il tema del futuro riservato alle nuove generazioni è stato trattato tangenzialmente da molti interlocutori sia in rappresentanza del mondo finanziario che di quello istituzionale. Non poteva che essere così visto che numerosi sono stati i richiami ad Agenda 2030 e ai suoi 17 obiettivi.

Intervenuto per ultimo, mi sono occupato specificatamente degli “ultimi” ovvero i millennials. Ultima generazione in scala genealogica (o penultima se consideriamo i nuovi arrivati, cioè i nati nel nuovo millennio, che taluni già definiscono la land generation) e ultimi nella scala sociale (rapporti Caritas e Istat).

Nel mio intervento mi sono concentrato su un aspetto particolare del divario generazionale, quello delle prospettive di reddito e ricchezza di questa generazione nei prossimi decenni, anticipando il relativo indicatore destinato a comporre il GDI (Generational Divide Index), che in primavera la Fondazione Bruno Visentini presenterà in occasione del secondo rapporto sul divario generazionale.

La figura sotto mostra il risultato di questa elaborazione.

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(Indice GDI 2.0 di reddito, ricchezza e welfare familiare per l’Italia  a cura di Fondazione Bruno Visentini)

Il reddito e la ricchezza sono chiaramente correlati ai salari molto bassi e all’occupazione instabile prevalentemente dei giovani adulti (tra i 29 e i 34 anni). Questo fenomeno non è la causa del divario generazionale, ma uno dei suoi effetti.

Qualsiasi soluzione deve essere correlata a politiche governative sistemiche, organiche e multidimensionali (dalla riforma dei processi educativi a una nuova riforma pensionistica e politiche industriali mirate).

D’altra parte, le banche e i settori assicurativi potrebbero svolgere un ruolo chiave per incidere positivamente sugli investimenti delle famiglie e sui target delle pensioni integrative. Queste ultime stanno diminuendo in Italia e coinvolgono solo una minoranza di giovani adulti (quella fascia di età che va dai 29 anni ai 34 anni). Dal 2010 al 2014 la percentuale è diminuita di oltre 5 punti, passando dal 19,4% al 13,3%, cioè meno della percentuale registrata all’inizio della crisi, nel 2008.

Queste percentuali così basse, oltre che essere la diretta conseguenza di una scarsità di reddito, sono anche il prodotto di una mancanza di incentivi rilevanti per promuovere il quadro pensionistico integrativo per i minori di 35 anni e incentivare investimenti a lungo termine di capifamiglia over 65 a favore dei loro discendenti. 

Per leggere il contenuto integrale del mio intervento nell’ambito della tavola rotonda “Building the future: human development, sustainability and resilience” del 16 dicembre scorso (Scuderie di Palazzo Altieri, Roma), coordinata da Gianfrancesco Rizzuti, clicca qui

Per maggiori informazioni sul RIF 2017 vedi: ROME INVESTMENT FORUM 2017. Financing Long-Term Europe

Per dettagli su GDI 2.0 leggi:  http://www.ccsenet.org/journal/index.php/res/article/view/72022

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